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on 10 Marzo 2011. Pubblicato in Numero 208 del 10/03/2011

VINI E TERRITORI

Il problema di questo rosso campano? Costa troppo ed ha scarso appeal sul mercato. Da qui emerge il paradosso: non sempre la forte tipicità di un prodotto riesce a trovare la sua giusta remunerazione e l'adeguata risposta. Ecco le migliori

Taurasi l’incompreso

Con questo articolo Fabio Cimmino, grande appassionato di vino e blogger (http://euthimya.spazioblog.it/) comincia la collaborazione con cronachedigusto.it

di Fabio Cimmino

In occasione del forum organizzato da Cronache di Gusto, lo scorso 2 marzo, in quel di Palermo, ho avuto l'occasione di parlare con uno dei produttori più significativi dell'areale taurasino, la Docg storica della Campania, oggi affiancata da altre due Docg, sempre in vocatissima terra irpina, il Greco di Tufo ed il Fiano d'Avellino. Parliamo di una piccola cantina, importante non tanto in termini di quantitativi prodotti ma, sicuramente, per la qualità della sua interpretazione. Un produttore di riferimento, a dispetto delle dimensioni aziendali, come spesso accade, per la denominazione. Mi diceva che in queste ultime annate aveva dovuto ridurre drasticamente il numero di bottiglie destinate a Taurasi aumentando la disponibilità sull'etichetta base, l'aglianico d'annata. Una scelta dovuta non di certo, come ci si aspetterebbe, a motivi contingenti l'andamento vendemmiale. Anche, infatti, in presenza di uve di eccelsa qualità il problema vero è vendere. Il Taurasi costa troppo ed ha scarso appeal sul mercato. Costa, innanzitutto, produrlo, sia ben chiaro. E ci riferiamo ai costi relativi allo stoccaggio legato ai tempi di affinamento e di maturazione previsti dal disciplinare. Una volta in bottiglia, poi, ed, almeno in teoria, pronto per la commercializzazione il "vero" Taurasi è tutt'altro che "pronto" per il consumo. Mi spiego.

Scriveva, già, Veronelli mezzo secolo fa: "Maturo a 1 anno, perfetto a 4 anni e oltre, essendo capace di lunghi invecchiamenti (fino a 15 anni)". L'aglianico di Taurasi vinificato in maniera tradizionale senza, cioè, l'ausilio di vitigni non previsti o non autorizzati e senza i soliti aiutini di cantina (mi riferisco a prodotti o macchinari enologici che ormai ben tutti conoscono) difficilmente, anche dopo la prevista maturazione in botte e successivo affinamento in vetro, si trasforma in un vino "facile" ed "accomodante". Non è, insomma, il Fiano, bianco di razza in grado di essere tipico ed allo stesso tempo ruffiano. Le durezze e le asperità in un Taurasi rimangono sempre piuttosto accentuate e ben presenti. Per poter apprezzare e godere di acidità e tannini è necessario un consumo indissolubilmente legato al cibo.


Grappoli di aglianico

Cibi, per di più, robusti. Non è, insomma, certamente, il vino ideale da wine bar, uno di quei rossi tanto di moda, da sorseggiare fuori pasto, da soli o al massimo con qualche stuzzichino. Non è vino da palati delicati né per quelli poco educati alla diversità, in grado, cioè, di apprezzarne la scontrosa peculiarità. In questo senso, sicuramente, e giusto per rimanere in tema, l'aglianico del Vulture (per non parlare di alcuni beneventani) rimane decisamente più accessibile anche nel prezzo. Già il prezzo. Un buon Taurasi difficilmente lo troverete sotto i 20 Euro. Diffidate dagli scaffali dove compaiono bottiglie intorno ai 10 euro. Potrete, forse, trovarci dentro anche un rosso potabile, non lo metto in dubbio, ma non di certo la vera anima del Taurasi. Un prezzo tendenzialmente alto, dunque, mal digerito dal mercato che intorno ai 20 euro o su di lì riesce a trovare, oggi, validissime bottiglie di Brunello e Barolo. Da qui emerge il paradosso.
Non sempre la forte tipicità di un prodotto riesce a trovare la sua giusta remunerazione e l'adeguata risposta nel mercato. Soprattutto all'estero ma non solo all'estero. Denominazioni, pur storiche e blasonate, come il Taurasi richiedono un consumatore evoluto, colto ed appassionato. Non dimentichiamoci che, per anni, la produzione è stata appannaggio di poche grandi aziende. E che, in questi ultimi vent'anni, il numero dei produttori si è moltiplicato esponenzialmente. Ma che solo in questi ultimi anni si è raggiunto un nocciolo duro di produttori illuminati in grado di garantire una qualità media elevata e più qualificata. Purtoppo non basta produrre vini eccellenti, bisogna riuscirli a comunicare per poterli vendere. Non basta qualificare l'offerta bisogna lavorare sulla domanda. Facile a dirsi difficilissimo a farsi.
L'azione comune da parte dei produttori è ostacolata dall'individualismo dei singoli e la cronica assenza di un sostegno pubblico concreto, mirato ed intelligente (non scopriamo nulla di nuovo). Non resta che affidarsi alle proprie capacità ed aspettare che, priam o poi, arrivino i risultati a premiare il duro lavoro (di solito dovrebbe essere così, a meno che non si venga fatti fuori nell'attesa...). Il futuro rimane incerto, le prospettive non sono particolarmente incoraggianti.

I venti di crisi che soffiano sul mercato del vino stanno contribuendo ancor più negativamente in questo senso. Se soffrono alcune denominazioni "forti" figurarsi quelle più "deboli". Taurasi è una denominazione "debole" (o di nicchia se preferite) in questo momento e qualcuno dovrebbe cominciare ad accorgersene, a partire dai produttori stessi. Forse molti di loro dovrebbero fare un esame di coscienza (soprattutto chi ha problemi di invenduto) ed iniziare a riflettere sulla possibilità di andare nella stessa direzione di quel produttore irpino di cui sopra. Una minore produzione di Taurasi a favore dell'aglianico d'annata. Potrebbe essere questo il mezzo più o meno diretto o indiretto di una promozione intelligente per il nobile vitigno irpino, un primo step, un primo gradino per diffonderne maggiormente la conoscenza e l'apprezzamento sui mercati, interno ed estero. A fare da viatico per un pubblico più vasto alla scoperta e all'avvicinamento verso il vero grande Taurasi. Condannato ad essere incompreso per salvare e preservare la sua identità.

A tutti gli amanti del buon vino mi permetto di segnalare una piccola selezione di produttori di cui ho avuto modo di riassaggiare recentemente i campioni, in occasione della presentazione della vendemmia 2007. Molte di queste etichette non sono facilissime da reperire e potrebbero costare anche qualcosa in più dei 20-25 euro di cui sopra, ma lo sforzo vale sicuramente la pena: Struzziero - Contrade di Taurasi di Enzo Lonardo - Poliphemo di Luigi Tecce - Nero Né de Il Cancelliere - Pietracupa - Di Prisco – Vigna Andrea di Romano Clelia - F.lli Urciuolo - Perillo. Tra le grandi cantine non possiamo però dimenticare le riserve di Mastroberardino (Radici Etichetta bianca) e Di Meo.


 

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Commenti  

 
0 #1 Paolo Mastroberardin 2011-03-12 18:15 Credo che a monte di tutto ci sia da fare qualche rifelssione:
1) un territorio ricco enologicamete di storia millenaria dovrebbe crescere costantemente con l'evoluzione, e purtroppo non sempre è cpsì.
2) Gli unomi da che è mondo sono sempre stati individualisti, ma l'unione fa la forza, vero è anche il territtorio è uno anche se i produttori sono più di uno, quindi l'equazione potrebbe anche essere accettata, l'importante è produrre qualità e non ricercare solo gli affari.
3) La climatologia dell'Irpoinia è unica è rende quest territorio simnile all'Albese (Cuneo) all'Alto Adoge, al Friuli, quindi i vini ottenuti, sono in genere delicati, fruttati, morbidi, armonuici, purtroppo non è così per tutti e questa non è una limitazione del terroir m degli uomini e delle loro capacità.
4) E'inutile aspettare il pubblico per promuoversi, ognuno promuove se sesso ma sopratutto il proprio territorio, e tutti insieme promuovono la bonta delle raffinatezze gastonomiche ed enoiche della regione o della provincia o della microarea che si voglia presentaRE.

Potrei continuare, un vecchio detto dice, aiutati che dio t'aiuta, e allora dacci dento e vai. Auguri e buon lavoro saluti
Paolo Mastroberardino
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