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Gen

“Cacciato via social dalla Guida ai Ristoranti de l’Espresso. Io, vittima di una mistificazione”

on 21 Gennaio 2020. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'intervento

Il caso si arricchisce di un nuovo testo di Nino Aiello che trovate alla fine dell'articolo pubblicato qualche giorno fa a completamento della sua posizione su questa vicenda.


(Nino Aiello)

AGGIORNAMENTO 3 FEBBRAIO 2020 - In data odierna Nino Aiello ci ha inviato un altro testo a completamento della vicenda. Lo potete leggere alla fine del testo. 

Riceviamo e pubblichiamo
Lo scorso ottobre Nino Aiello, capo area per la Sicilia della Guida ai Ristoranti de L’Espresso è stato licenziato dal direttore Enzo Vizzari. Il provvedimento innescato da una scheda contestata riguardante il ristorante Consiglio di Sicilia. Aiello, su sua richiesta, ci ha inviato un testo in cui racconta la sua versione dei fatti. 

di Nino Aiello

“Sono stato capoarea e ispettore per la Sicilia della Guida dei Ristoranti de L’Espresso per oltre 25 anni. Fino allo scorso 19 ottobre, giorno in cui sono stato licenziato via Facebook. Ho deciso di scrivere quest’articolo. Per completezza di informazione e massima trasparenza. E per non lasciare in sospeso grumi di dubbi e ambiguità, fra detto e non detto. Prendendo la parola per ultimo, dopo che l’hanno fatto gli altri. Ecco come è andata.

L’ANTEFATTO
Nel periodo che precede la chiusura della Guida avevo il problema di recensire il “Consiglio di Sicilia” di Scicli, a Donnalucata, in provincia di Ragusa. Gli altri ispettori erano indisponibili e io non sapevo che fare. Potevo lasciare perdere. Il locale però ci avrebbe rimesso 50-100 mila euro di fatturato (valore aggiunto annuo stimato della presenza in una prestigiosa guida come quella de l’Espresso). Mentre mi lambiccavo arrivò provvidenziale una telefonata di Eleonora Cozzella, ispettrice di passaggio in Sicilia. Mi racconta di avere pranzato al “Consiglio di Sicilia”, di essersi trovata molto bene e di averne apprezzato, oltre che la gradevolissima atmosfera, pure la buona cucina, fresca, saporita, mediterranea. Insomma un giudizio positivo, assolutamente condiviso da me. Si offre di scriverne la scheda e io ne sono più che contento.  Aggiunge però che attribuirà al locale un bel 15/20 e quindi un “Cappello”, che nella “piramide” dei voti Espresso indica un consistente indice di complessità/difficoltà dell’offerta. Faccio presente che sarebbe difficile giustificare questa “promozione” per una cucina che, pur stuzzicante e appetitosa, ha in carta sarde a beccafico, spaghetti al pomodoro, spatola farcita, gelo di limone. Buona, anzi buonissima, ma fuori dai criteri assegnati dalla Direzione, a meno di non volere demolire l’attuale scala dei valori (avrei dovuto dare, per onestà, il “Cappello” ad altri 30-35 locali). La invitai comunque a scrivere una bella scheda e a mandarmela. La risposta fu gelida e piccata: “Allora non ti scrivo niente, non mi interessa!”. Ci rimasi francamente molto male, ma tant’è.  

Accantonai la questione. Alla vigilia della chiusura (era il 16 giugno) il problema si ripropose. Che fare? Danneggiare il “Consiglio di Sicilia” facendo saltare la scheda? Per giunta con la visita fatta da Eleonora Cozzella e da me condivisa in pieno, tranne che nel voto? Esercitai da capoarea Sicilia il diritto-dovere di provvedere, secondo il principio di avocazione-sostituzione. Chiamai la signora Corradin (prenderà poi le distanze da me chiamandomi signor Aiello!), che conosco benissimo, le spiegai la situazione, chiesi un paio di piatti recenti e, se l’avesse avuto, anche una ricevuta (una mera "tecnicalità" per non bloccare il “sistema” informatico, sennò si ferma tutto e addio scheda; avrei potuto ovviare con un “ospite di terzi”, modalità tecnico-pratica che tutti gli autori possono adottare nei casi in cui la ricevuta/fattura non si può produrre). La signora Corradin aderì con slancio, elencò i piatti, più o meno quelli che conoscevo da anni (non siamo certo da Heinz Beck o da Massimo Bottura, che variano spesso le portate), e mi girò una ricevuta/pezzo di carta. Amen. Scrissi un pezzo lusinghiero, subito approvato dal Direttore. Non ci pensai più.

IL FATTO
La Guida dei Ristoranti de L’Espresso fu presentata a Firenze lunedì 14 ottobre. Per qualche giorno non successe niente, ma l’agognato mitico “Cappello” purtroppo non c’era. Il 18 ottobre, alle 3 del pomeriggio, parte a tamburo battente l’offensiva social (io non abito su Facebook). In un italiano studiato parola per parola, la signora Corradin prendendola alla lontana, fa sapere al mondo del suo meraviglioso universo: i viaggi, lo scrivere, il vivere a New York, del giovane, intelligente e bel marito, del ristorante che lui le ha regalato (la signora si astiene tassativamente dal cucinare); racconta della saggezza del filosofo Epitteto, ci rende noto che non legge le guide gastronomiche, di come tantissimi le abbiano chiesto del mancato “Cappello”, dispiaciuti, sdegnati e schiumanti di rabbia (mah, il mondo è proprio il regno degli sfaccendati!). Continua descrivendo la mission del “Consiglio di Sicilia”: occuparsi della felicità delle persone ai tavoli (“Missione compiuta – esclama – con successo e reciproca felicità”). Seguita poi da una versione dell’attuale tema globale del popolo versus le élite, tuonando sconvolta e indignata, da Giovanna d’Arco rediviva: ”L'establishment del giornalismo si occupa dell’establishment della ristorazione” (accipicchia!), lamentando che dello scouting delle legioni incalzanti del nuovo mondo di “panelle e crocchè” se ne occupi nei ritagli, se rimane tempo. Fra questi ameni e buffi svolazzi trova pure il modo di confessare una piccola debolezza (tutti ne abbiamo alla fine): quando faceva lo stesso lavoro mio aveva recensito 80 ristoranti esclusivamente per telefono (80, capperi!). Però si era fortemente vergognata.  

Per la parte che più strettamente mi riguarda, ne parla all’interno della cortina fumogena di questa meravigliosa estasi pubblica, senza fare prudentemente nomi, neanche della Guida (attende che lo faccia qualche altro), rivela la telefonata di un ispettore, della ricevuta e così via. Al fine, irata e offesa, si lamenta di poche visite da parte mia, l’ispettore-fantasma. (Gli autori sono poco meno di cento, quattro fissi in Sicilia. Il suo locale è sempre stato – sempre - diligentemente visitato ogni anno sin dal 2013, anche da altri colleghi). 

Evita accuratamente di dire che c’è appena stata Eleonora Cozzella (la quale scriverà un pezzo per Repubblica-Sapori del 5 giugno 2019 - prosa degna di una grande mistica del ‘600 – del crudo di mare, delle cozze gratinate, del gambero rosso, dell’insalatina di cedro, degli spaghetti taratatà, del “mitico” cannolo, “da standing ovation”). Evita soprattutto di dire che lei non conosce certo i parametri della “piramide” dei “Cappelli” della Guida (che riguardano – per tassativa indicazione di Vizzari, il Direttore, solo e soltanto la cucina). La signora non sa delle regole interne, dei meccanismi della Guida, però, invece di informarsi o provare a capire - magari rispettando il lavoro degli altri - spara a zero. E “intorbida le acque per farle sembrare profonde”: da lei vengono i grandi chef, la sua cantina (una come tante in Sicilia) è citata dai giornali stranieri, la felicità è certa e assicurata nel prezzo. Di conseguenza la nostra ristoratrice vuole e pretende il “Cappello”, senza se e senza ma, grottesca incredibile corifea della lotta del popolo bue contro l’establishment più perverso (proprio lei che – autentica espressione di establishment – occupa una intera puntata di “Otto e mezzo” per parlare delle sue amabili bagattelle con Philippe Daverio e Lilli Gruber!).

LE REAZIONI
Ci cascano in tanti visto che sui social io non sono operativo e non rispondo. Alcuni della stampa se ne vanno sul vago (scaltri e scafati intuiscono che qualcosa non quadra). Parla, impappinandosi, uno chef bravo ma stremato da una perenne “sindrome del complotto”, si esibisce uno scappato di casa (non in Guida) da sempre ferocemente litigato con la lingua italiana. Intervengono  i “leoni da tastiera”, sempre pronti a dare addosso pur non sapendo e non comprendendo niente. La ristorazione siciliana tutta si produce in un eloquente assoluto e rumoroso silenzio.

Enzo Vizzari,  Direttore delle Guide, sapientemente postato, mi manda una allarmata mail all’una del mattino. Io sono fuori Palermo e la vedo nella tarda mattinata.Torno a casa alle 3 del pomeriggio e lui mi chiama al telefono: afferma che quello che è successo non è ammissibile, si rifiuta tassativamente di ascoltare la mia versione dei fatti, non ne vuole parlare, e mi comunica che il rapporto di oltre 25 anni con la Guida è sciolto. Sono le 15,09. Pochi minuti dopo – le 15,28 - si collega su Facebook alla signora Corradin e al mondo e, profondendosi in incomprensibili scuse, fa sapere che io ho concluso la mia collaborazione con la Guida dei Ristoranti de L’Espresso facendo il mio nome e cognome, buttandolo in pasto alle feroci “belve da tastiera”.

Di notte gli scrivo un paio di pagine a chiarimento e rivelo tutti i fatti e i retroscena sottostanti ma – conosco il Capo – se ne esce con due battute. La “grande impostura” ha avuto pieno successo e la mia carriera all’Espresso, dopo oltre un quarto di secolo, è finita. Non posso fare a meno di notare che si è conclusa su Facebook, con nome e cognome (il “Boss” poteva evitarlo – non era necessario - almeno per eleganza), che non mi ha voluto fare esporre le ragioni sottese all’affaire (tante), che avrebbe dovuto/potuto fare un approfondimento, prendere del tempo. Invece ha deciso - chissà perché - in poche ore, non valutando i fatti, anzi rifiutandosi di conoscerli. Non avendo considerazione neanche per il mio impeccabile passato (mi ha sempre definito scherzosamente “il mio plenipotenziario in Sicilia”). 

EPILOGO
Mi spiego questa giovanilistica avventatezza da social del più brillante e competente dei critici gastronomici europei come un segno dei tempi. E pure un segnale di altre cose: il bradisismo proprietario, che ha interessato le famiglie Agnelli, Elkann e De Benedetti, che lo ha forse turbato. Ci potrebbero essere state poi l’amarezza per la cancellazione della sua rubrica sul settimanale L’Espresso (un faro sulla ristorazione internazionale), e le ingiuste accuse di nepotismo riguardo ai suoi due figli che operano con successo nel settore food & wine, che l’hanno certo angustiato. E’ possibile che abbia espiato, senza colpe, il sostanziale flop della Guida ai Vini, che ha provato per lustri a competere inutilmente con l’omologa famosa Guida del Gambero Rosso. Può darsi che abbia pagato con queste indelicatezze un contesto confuso e in parte nebuloso, non chiaro. Potrebbe essere solo stanco, il tempo vola per tutti.

Per tornare alla mia vicenda, in sostanza non c’era proprio il merito della questione. E’ stata solo una montatura: la visita del locale era stata fatta da una ispettrice, la ricevuta era solo un fatto tecnico; mi sono limitato a esercitare le mie prerogative di capoarea, mi sono banalmente sostituito alla Cozzella, come era mia facoltà/potere. L’affascinante universo enogastronomico è una parte importante della mia vita. Mi diverto come il primo giorno. Continuerò a frequentare i ristoranti. Andando oggi più che mai fiero e a testa alta, vantandomi di non avere lasciato asservire la Guida de l’Espresso agli interessi di qualcuno, quelli che con astuta risolutezza pensavano di piegarla ai propri personali fini. Per un “Cappello”.

L'AGGIORNAMENTO DEL 3 FEBBRAIO 2020
Nel 1921 venne dato alle stampe un volumetto che diventerà una pietra miliare della speculazione filosofica: il Tractatus logico-philosophicus. E’ il testo più difficile, astruso e oscuro della storia del pensiero. Ma, come scrisse il Nobel Bertrand Russel, che ne curò la prefazione, “è un libro che nessun filosofo serio può impunemente ignorare”. Il suo autore, l’austriaco Ludwig Wittgenstein, prodigioso logico-matematico, per questo saggio di poche pregnanti pagine si contenderà proprio con il suo mentore Russel la palma di maggior filosofo del Novecento. Il testo, diviso in 7 proposizioni, ha nell’ultima quella più apparentemente semplice e comunque la più conosciuta.  Vale la pena di riportarla: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”(per pedanti e germanisti: “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen”). La sua rilettura mi ha illuminato nella decifrazione concettuale delle coordinate logiche delle mia risibile vicenda gastronomica. Ho poi finalmente scoperto che Enzo Vizzari, oltre a essere un eminente enogastronomo, è anche un pensatore di valore, un seguace accanito del mio amato Ludwig Wittgenstein.

E infatti:
1 - Tace pervicacemente sul perché non ha voluto conoscere i fatti prima di decidere, rifiutandosi di ascoltare la mia versione (anzi rifiutando di ascoltarmi tout court). Eppure sarebbe pagato anche per questo.
2 - Si rifiuta di spiegare come mai non ha considerato che la vicenda, se fosse andata come la racconta la Corradin (e non è andata in quel modo) avrebbe avuto (ha avuto) la stessa ristoratrice come complice-corresponsabile  (i giuristi parlano di “concorso”, “correità”: significa parimenti responsabile). Per giunta la tipa aveva financo esibito spavalda i suoi rilevanti precedenti, che avrebbero insospettito chiunque: la candita confessione urbi et orbi di 80 rumorose schede false (false senza virgolette) di sua mano quando faceva lo stesso nostro lavoro!
3 - Tace – il Direttore - il fatto che mi ha esposto senza ragione alla gogna mediatica senza che ce ne fosse stato bisogno (“come Salvini”, ha scritto crudamente qualcuno). Eppure io ero il suo fiduciario in Sicilia (prima pure di Raspelli), avevo garantito lui e il Gruppo per oltre un quarto di secolo senza scandali, “voci”, “mormorii”, forte del fattore che non ho interessi nel settore, ho sempre fatto altri mestieri, vivo piuttosto bene di mio e vado a testa alta, anche per la riconosciuta competenza e un certo distacco naturale dalle cose prosaiche (gli scandali nel comparto sono frequenti, e lui lo sa). Trascurabile il fatto che – in privato – ho ricevuto dalla ristorazione siciliana tutta un plebiscito di stima; e che lui – che non è il padrone della Guida (paga Gedi, diciamolo pure) – ha (aveva) il dovere/responsabilità di approfondire, conoscere,  soppesare, valutare. Insomma di fare il suo mestiere, il Capo, il manager. Funzione per la quale è pagato bene, molto bene (contrariamente agli ispettori e capi area, autentici “morti di fame”e forse masochisti, che se sono bravi, al meglio non ci perdono!).  E, dopo un’accurata analisi, decidere poi con buon senso, equilibrio, tatto. Sul solco dei valori fondanti di un Gruppo che ha al suo interno il prestigio degli Agnelli, gli Elkann, i De Benedetti, esempio di imprenditoria di alto profilo, laica, corretta, razionale, pure elegante e di gran gusto. Signorile, direi (da abbonato/lettore di una vita).
4 - Si rifiuta di capire (per un manager è grave, a Gedi non saranno felici) una cosa evidente anche per me che sino a 10 giorni fa non ero su Facebook: il popolo cyber – a prescindere dal merito della faccenda, verità/non verità - si è indignato per la brutalità e l’orribile deliberato cinismo con cui sono stato “licenziato”, per il modo. Per la totale mancanza di stile e di rispetto riguardo a una persona perbene quale io sono (fatelo dire a me che l’ho scoperto da poco, dalle centinaia di attestazioni di stima, tantissime in privato!), un collaboratore con oltre 25 anni di adamantina militanza Espresso e apprezzata competenza, di cui Vizzari si era fidato ciecamente sino a qualche ora prima del 19 ottobre e dopo alcune ore incredibilmente aveva messo alla porta, in modo avventato, senza gestire (aver saputo) la questione in modo civile. Dando inutilmente “scandalo”, fattore che in un Gruppo autorevole come Gedi dovrebbe essere la prima preoccupazione. E, in fondo, “giocando” con i quattrini/reputazione e la faccia di tutti gli altri.

Epperò esentandone assurdamente solo se stesso (in concreto “soltanto” un “dipendente”). Si poteva licenziare/rimuovere (legittimamente, volendo) senza fare nomi e chiudendo il caso con eleganza, discrezione e stile. Un passaggio fondamentale per comprendere meglio il pensiero (filosofico) del severo enogastronomo- fustigatore di costumi degli altri-moralista-pensatore lo si può ritrovare nella querelle – pura eterea dialettica filosofica - concernente le fatture/ricevute a corredo necessario di ogni scheda dei ristoranti della Guida.

I FATTI
A- Io asserisco che per un capo area, ma anche per un ispettore, il derogare potrebbe intendersi legittimamente – in certi limitati casi - come “tecnicalità”, ovvero mera modalità pratico/tecnica. E faccio presente che nella Guida 2020 – lui, Vizzari, sì proprio lui – di queste “tecnicalità” solo in Sicilia ne ha posto in essere 6 (sei). E non mi è lecito, da filosofo al bar, se non commettendo una scorrettezza logico-matematica, inferire niente per il resto d’Italia.
B - Il sapiente-enogastronomo piemontese si produce, a un certo punto del ragionamento, in una sottile interessante distinzione concettuale (gnoseologica? Boh.).

ECCOLA
1 - La mia unica ricevuta sub judice è certamente “falsa”, ontologicamente non può essere annoverata – giammai - fra le “tecnicalità”. E’ una acquisizione forte, indubitabile, assoluta (“ipse dixit”).
2 - Le sue 6 (sei) ricevute (solo per la Sicilia) sono invece – al contrario (“ipse dixit” bis) - mere “tecnicalità” A maggior ragione – argomenta rigoroso e inflessibile l’acuto maître à penser - perché sono state inserite “in sede di “revisione redazionale”. E qui la dialettica filosofica, come nell’immenso Hegel, fa un balzo in avanti e ha costretto un mangiapolpette come me a fare ricorso alla Treccani e al Devoto-Oli. La cui lettura mi ha lasciato perplesso, perché significa – più o meno – controllare-rivedere-vagliare meglio quanto già fatto (da altri) in un tempo precedente all’esame/verifica.
3 - Per chiarezza argomentativa e svelare l’arcano adesso è d’uopo andare alle schede fatte da Vizzari. In Sicilia sono 6 (sei), e ne analizzo (per ragioni di economia filosofica) solo 3, tenendo presente che nessuna ha comunque una ricevuta di ristoranti siciliani (ma è una “tecnicalità”, senza dubbio). Una – del Duomo di Ragusa Ibla - è stata “impiantata” il 13/2/2019 (da Vizzari), la ricevuta (del ristorante Trussardi alla Scala di Milano?) l’ha inserita sempre lui in pari data e poi – dopo di me, “validatore” necessario – ancora lui l’ha velocemente pubblicata. Un’altra – La Madia di Licata - è stata “impiantata” il 19/6/2019 (dal Capo), la ricevuta (identica a quella di cui sopra, Trussardi alla Scala di Milano?) l’ha inserita in pari data – ma è sempre una lapalissiana “tecnicalità”, ne sono certo - e poi ha fatto l’usuale trafila. La terza – Malvasia Capofaro di Salina - è stata a sua volta “impiantata” il 2/6/19, la ricevuta (ristorante Due Colombe, Corte Franca (BS)?) venne inserita in pari data, etc. etc. Un gagliardo scaricatore del mercato ortofrutticolo di Palermo si lascerebbe sfuggire – valutando superficialmente l’insieme, è ovvio, in relazione all’oscuro concetto di “revisione redazionale” – “Na sustanza mi pari  ca iddu sa sunò e iddu sa cantò” ( Mi pare, in concreto che lui se la sia cantata e pure suonata)! E potrebbe pure chiedersi – da ingenuo e sempliciotto quale è – come è possibile che, in una Guida dei Ristoranti prestigiosa, per dei ristoranti siciliani – in sei casi (6) - ci siano solo ricevute del nord? Di fuori, del Continente. Una provocazione dei “polentoni”? Mah.  “Arcani inestricabili della filosofia” (Platone, Franco Franchi?).

Qui mi confondo, non ho le basi culturali “giuste” per andare dietro e in profondità a queste rarefatte filosofiche disquisizioni. Oppure non ho capito che al ben pagato Enzo Vizzari – come a un sovrano medievale – tutto è concesso, agli altri mortali collaboratori della Guida, retribuiti con pochi stentati spiccioli, no. (“Rex in regno suo est imperator”) Ovviamente è un mio limite e me ne scuso, ritraendomi sommessamente.

P. S. Il mettermi finalmente di lato, il tornare nell’ombra che amo, mi consente , inspirato dal bel volume del professore di Estetica Nicola Perullo, “Del giudicar veloce e vacuo. Metacritica della critica gastronomica”, di dare almeno un consiglio riguardo a fatture e ricevute. Utile per l’avvenire. Una sorta di “Modesta proposta per prevenire”. Oggi vige la fatturazione elettronica e sarebbe bene che gli autori/collaboratori che fanno schede, tutti-tutti-tutti, producessero materiali fiscali idonei: fatture elettroniche quelli dotati di partita Iva, lo scontrino-parlante-intestato coloro che ne fossero eventualmente sprovvisti. Con l’avvertenza però (non si sa mai!) di far risultare sempre, senza eccezioni,  l’elenco dei piatti (un primo, un secondo e via dicendo). Per evitare quanto può accadere, cioè che magari uno va a recensire uno “stellato” e ti porta la ricevuta di tre calici di Nero d’Avola, oppure di una fetta di torta o di un antipastino striminzito e basta, oppure di un trancio di pizza. Senza una pietanza! (è solo un esempio scolastico, suvvia). E i capi area, finalmente “normati” e felici, risponderebbero pure del merito e della “substantia” delle pezze d’appoggio.

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Commenti  

 
-3 #7 massimo lanza 2020-02-03 17:28 Trovo che sia una brutta caduta di stile per il vizzari, gettare in pasto alla gogna mediatica dei social, il nome di un suo collaboratore, per ragioni risibili, ancor peggio licenziarlo per una sciocchezza senza neanche ascoltarlo dopo 25 anni di collaborazione. Ridicolo accusare di essere stato scorretto e falso per una leggerezza e non certo per truffa, termine esagerato, una persona onesta, disinteressata e stimata da tutti come Nino Aiello. Grottesco il pretesto, una logorroica lettera di una “ristoratrice” che per lamentarsi di un cappello non avuto, riconoscimento che i più ignorano persino cosa sia, si vendica confessando però candidamente di aver scritto da “giornalista” 80 recensioni di ristoranti per telefono, paradossalmente la stessa cosa per cui (dopo aver lei stessa fornito ricevuta e menù) si lamenta e accusa l’Aiello. Tutta la mia solidarietà a Nino Aiello coinvolto suo malgrado in una vicenda anni luce lontana dalla sua indiscutibile correttezza professionale. Facile giocare sui social esponendo al pubblico ludibrio le persone, ma come dimostrano gli ultimi eventi, può risultare pericoloso per chi lo fa, spesso si ottiene l’effetto opposto. Citazione
 
 
-1 #6 Nino Aiello 2020-01-31 14:40 A Eleonora Cozzella fa comodo tentare di accreditare la versione di “cose semplici da spiegare”. Il fatto è che dietro le cose semplici si nasconde, talvolta, una storia complicatissima , una piccolo giallo, esattamente come nel memorabile libro di Leonardo Sciascia, appunto “Una storia semplice”. E’ sono certo che, riguardo a questa insignificante vicenda, il grande “Nanà”, dal Paradiso dei Letterati” - dove tutto sanno e tutto vedono - avrà abbozzato il suo enigmatico sorriso.

I fatti:

1) Una garrula virago dall’io ipertrofico (consultare la Treccani, prego), tal Roberta Corradin del “Consiglio di Sicilia” di Scicli, monta una lunghissima “impostura” su Facebook (ricorda tanto il mitico “Consiglio d’Egitto”, sempre di Leonardo Sciascia, meravigliosa storia di una “montatura” nella Sicilia del Settecento!) lamentando in sostanza di non avere preso il “Cappello”.
2) Nella cortina fumogena di questa lisergica estasi pubblica scrive testualmente (di me).”La persona che ha redatto la scheda ha espresso parere opposto (ad attribuire il “Cappello”) dicendo di avere visitato spesso il Consiglio di Sicilia e di avere il polso della situazione”. Questo è un passaggio cruciale dell’”affaire”: io ovviamente, non ho mai detto né potuto dire questo alla Corradin. L’ha fatto di sicuro qualche altro. Oppure “un uccellino”. Non si scappa. Anche nell’era delle fake news – purtroppo - due più due fa quattro!

3) Eleonora, curiosamente “avere il polso della situazione” è l’espressione da me utilizzata quando mi hai chiamato chiedendomi di fare la scheda del “Consiglio di Sicilia”. Era la sintesi di un ampio ragionamento che escludeva (per i criteri sino a oggi vigenti nella Guida) la possibilità del famigerato “Cappello”. Guarda caso (vedi un po’!) la Corradin usa la stessa espressione ed è pienamente informata di fatti e ragionamenti che – quantomeno per un minimo di etica professionale, tralasciando i nostri antichi e buoni rapporti – non dovevano essere noti a terzi. E tralascio il fatto che forse un ispettore – magari un tantino svagato – dovrebbe sapere dopo tanti anni che con un gambero rosso all’olio e le erbette, le sarde a beccafico e il gelo di limone – per quanto indiscutibilmen te molto buoni – non si ambisce/merita un “Cappello”. A meno di non sopravvalutare esageratamente se stessi.

4) I toni tranchant e perentori sono stati i tuoi. Lo ripeto più delicatamente: confermo parola per parola quanto ho già scritto (e di cui Vizzari è al corrente perfettamente dall’indomani del mio “licenziamento” via Facebook. Ti risparmio generosamente il suo commento su di te) . Sono purtuttavia certo che hai i tabulati telefonici che provano la tua versione, tirali fuori, in qualsiasi sede e amen. Io, come affermò Pier Capponi, suonerò le mie campane. E qui mi fermo. Per il momento. Perché si sa, i gialli in Sicilia sono senza tempo. E senza una fine.
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0 #5 Eleonora Cozzella 2020-01-27 10:54 Buon giorno a tutti. Intervengo con molto ritardo rispetto alla pubblicazione dell’articolo su Cronache Di Gusto (e il suo relativo rimando su Facebook), perché, non essendo stata taggata nel post - dove pure mi si nomina - vedo solo adesso questo dibattito.
Non voglio entrare nelle pieghe di uno scontro a me lontano, ma ritengo doverosa una piccola ma fondamentale precisazione che mi riguarda. Perché non si aggiungano ricostruzioni false a ricevute false.

Il pomeriggio di metà giugno in cui Nino Aiello ed io ci siamo parlati, è stato lui a chiamare me! Non avrei potuto chiamarlo io perché per i collaboratori non è pensabile scrivere una scheda quando il sistema editoriale risulta chiuso.
È stata una telefonata molto cordiale in cui lui mi disse: “Ho visto da una tua recensione su Repubblica Sapori che sei stata al Consiglio di Sicilia. Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a coprire quel locale, vorresti farlo tu?“. Gli risposi che, nonostante fossi in vacanza, lo avrei fatto volentieri e che ritenevo quel ristorante fin lì sottovalutato.
A quel punto lui mi disse che non riteneva il locale meritevole di un cappello e che quindi il mio voto non sarebbe passato al suo vaglio. Allora, è vero, non ho più dato la disponibilità a scrivere la scheda perché evidentemente se non c’era sintonia a priori, quella recensione non avrebbe più rappresentato il mio giudizio. Il che - per carità - non significa non conoscere le regole della Guida e le necessità di capo area o direttore di garantire omogeneità. Ma in questo caso era molto chiaro che la mia opinione non lo interessava e basta.

Nino mi ha detto allora che avrebbe provveduto a mandare qualcun altro. E francamente mi è sembrata una buona soluzione, nel senso che, essendo lui profondo conoscitore della Sicilia, probabilmente un’altra voce sarebbe stata risolutiva.

Ecco. La parte che riguarda me finisce qui.
E su questa non accetto falsità. Anche perché eventualmente i tabulati telefonici possono tagliare corto rispetto alle ricostruzioni non vere.
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0 #4 Nino Aiello 2020-01-23 12:47 Enzo Vizzari si sbaglia:

1) Il contratto - dell’ordinaria tipologia “contratti per adesione”, quelli delle utenze, uno schema insomma - (e il “lenzuolo-regolamento”) parlano degli ispettori e non dicono una parola dei capi area (come dei criteri per i “Cappelli”). Eppure i capi area decidono i ristoranti da inserire, le località, fanno editing, stabiliscono i voti e propongono alla Direzione e sono interlocutori della stessa. Il loro mero elenco, con le coordinate, è alla fine del “lenzuolo-regolamento”. I loro compiti/doveri (non “normati”) sono affidati totalmente alla prassi operativa.

2) L’ispettore, quindi non potrebbe sostituirsi a un collega, il capo area, funzione superiore, sì (e comunque niente lo vieta). Eleonora Cozzella aveva visitato il “Consiglio di Sicilia”, si era offerta di scriverne la scheda – io ero d’accordo su tutto – e poi, piccata perché io non convenivo sul voto “importante”, si era tirata sorprendentemen te indietro.

3) Il ristorante era stato quindi visitato. Io nell’ambito dei miei doveri/poteri (mai definiti) di capo area ho avocato e mi sono sostituito all’ispettore nell’interesse generale della Guida .

4) Non c’è nessuna ricevuta “falsa”. Perché si tratta solo di “tecnicalità” per non bloccare il sistema operativo ed esitare la scheda.

5) La madre di tutte le prove è nel fatto che nella Guida 2020 – in cui la Direzione (Enzo Vizzari) ha fatto di suo pugno, in Sicilia, 6 schede (sei) - come ricevute ci sono solamente quelle di locali non siciliani! E con le date “a capocchia”. Una di queste (di Milano) copre due ristoranti isolani, un’altra (del bresciano) altri due e poi compaiono delle pezze d’appoggio di un locale del cuneese e di uno di Bari. Eppure mai e poi mai mi sognerei di dire (o pensare) che Enzo Vizzari ha inserito ricevute “false”. E’ solo un fatto tecnico per completare il lavoro. Credo semplicemente che l’abbia dimenticato. Avrebbe potuto utilizzare, in alternativa (andava bene lo stesso): a) un santino di Santa Rosalia; b) una pagina della Bibbia; b) una sura del Corano c) “L’infinito” di Leopardi.

6) Ritengo che l’illustre enogastronomo farebbe meglio a riconoscere, con eleganza, di avere preso un granchio in questa vicenda. Perché è stato troppo precipitoso, non ha voluto né approfondire né sapere. E neanche provare a valutare i fatti. Come era suo ineludibile e preciso dovere.

Questa mia risposta la trovate anche sul mio profilo Facebook
Nino Aiello
Citazione
 
 
+4 #3 enzo raneri 2020-01-21 22:47 Caro Nino Aiello,
ripeto un concetto che ho diffuso fin dai tempo (non) antichi della mia presenza (breve) nella Guida Osterie d'Italia:tutte le Guide dovrebbero rendere trasparenti le criteri di assegnazione dei punteggi (da qualche anno Slow Food ha coniato il Decalogo) e migliorare il coordinamento delle attività delle organizzazioni, sulla base di un modello organizzativo vero e proprio, nella migliore delle tradizione sistemistica (a Slow Food preparai gratuitamente un Manuale per la Qualità del Sistema di Gestione, che non fu considerato).
La tua figura non ritengo possa essere sospettata di malafede, quindi ritengo che l'episodio possa essere inquadrato come una esempio di carenza nella pianificazione e programmazione delle attività, che ha determinato successive compromissioni negative.
Ad majora semper
Citazione
 
 
+3 #2 Andrea Radic 2020-01-21 21:55 La linea editoriale, così come le regole che gli ispettori devono osservare sono tra le competenze del direttore e come tali sono intangibili. Citazione
 
 
-14 #1 Enzo Vizzari 2020-01-21 21:22 “Parlano i fatti, e basta:
1) Nino Aiello ha redatto e inserito in Guida una scheda relativa a un ristorante da lui non visitato, con tanto di data della visita.
2) Ha allegato alla scheda una ricevuta fiscale “falsa”, non avendo lui visitato il ristorante.
3) Non ha in alcun modo informato la direzione della Guida della vicenda che ora rivela con profusione di dettagli.
Tutto ciò ha rappresentato una violazione del contratto che regola i rapporti fra l’Editore e i collaboratori della Guida e, prima ancora, un'inaccettabile, oggettiva caduta etico-professionale”.
Enzo Vizzari
Citazione
 

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