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Gen

I nuovi obblighi per le etichette: "Garanzia di qualità, ma la comprensione è un'altra cosa"

on 30 Gennaio 2019. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'intervento

di Francesca Landolina

La tutela del Made in Italy passa attraverso l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti? E quanto incide tale obbligo nella scelta finale del consumatore?

Il primo quesito è cronaca. Pochi giorni fa è infatti passato un emendamento al decreto Semplificazioni approvato dalle Commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici del Senato. Cosa significa tutto ciò? Se dovesse divenire legge, l’Italia potrà derogare al regolamento europeo (1169/2011) emanando singoli decreti che renderanno obbligatoria l’etichetta con la provenienza per quegli alimenti non compresi nella normativa comunitaria: succhi, conserve o marmellate, legumi in scatola o carne utilizzata per salami e prosciutti. Fino a questo momento il nostro Paese ha infatti l’obbligo di indicazione d’origine solo per pelati e concentrati di pomodoro, latte e derivati, riso, grano della pasta e pollo. A livello europeo l’obbligo riguarda invece la carne bovina, il miele e le uova.

L’emendamento “made in Italy” sarebbe quindi una piccola rivoluzione nel mondo alimentare e farebbe segnare un goal a favore della battaglia di Coldiretti a difesa della filiera alimentare e agricola. Per Ettore Prandini, presidente Coldiretti, si tratta infatti di “una grande vittoria per agricoltori e consumatori”. Anche  Filiera Italia, la nuova associazione che riunisce oltre 50 grandi nomi dell’agroalimentare, si ritiene soddisfatta per questo primo passo, mentre Federalimentare considera penalizzante e nociva la tendenza all’introduzione di norme nazionali su materie armonizzate a livello europeo. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Bazzana, responsabile commerciale Coldiretti. “Le resistenze nascono dal timore della trasparenza - afferma - Oggi paghiamo prodotti fatti con materie prime di cui non conosciamo la provenienza. I dati Istat ci informano sulle percentuali di alimenti importati che non si sa dove vanno a finire. Introdurre questa norma significa dare le giuste informazioni nel rispetto della trasparenza e della garanzia di qualità. Significa rendere il consumatore consapevole, senza condizionarlo. Esiste il libero arbitrio per scegliere, ma informare è un dovere, che tutela tra l’altro tutta la filiera”.


(Vincenzo Russo - ph Vincenzo Ganci)

Ma quanto inciderebbe nella scelta del consumatore l’indicazione della provenienza degli alimenti in etichetta? E questo è il secondo quesito. Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Russo, docente di Psicologia dei consumi e neuromarketing alla Iulm di Milano. “L’indicazione di origine in etichetta è garanzia di qualità - spiega - ma la facilità di comprensione è un’altra cosa.  E tra la teoria e la realtà c’è differenza. Spesso ci raccontiamo come soggetti razionali, ma siamo macchine emotive che pensano. Se provassimo a chiedere se è giusto o meno indicare l’origine degli alimenti in etichetta, la stragrande maggioranza, se non il 100 per cento degli intervistati, risponderebbe di sì, ma continuerebbe a scegliere in base a fattori emotivi. E ancora oggi questi ultimi sono il brend, il logo, il packaging. Bisogna però approfondire. Se in etichetta indichiamo in maniera facilmente comprensibile qualcosa, per esempio se inseriamo il bollino della certificazione biologica, allora condizioniamo di più i comportamenti d’acquisto. Le ricerche lo hanno confermato, ma le motivazioni di scelta fanno capo sempre a meccanismi emotivi e affettivi. Se l’indicazione d’origine farà dunque riferimento alla trasparenza di provenienza, in maniera chiara e riconoscibile ai più, allora potrà avere una valenza emozionale; in questo caso l’origine diventerebbe pari ad un brand. Si può parlare di country of origin effect”.

Entrerebbe in gioco un meccanismo di appartenenza condizionante ma pur sempre affettivo, se così si può dire, perché la natura reputazionale dell’immagine di un Paese condiziona, soprattutto oggi in cui si attraversa un clima di “contrasti tra aperture e chiusure”, spiega Russo. A patto che l’indicazione in etichetta sia chiara, visibile e comprensibile, altrimenti resterebbe un’informazione a cui presta attenzione solo una minoranza di consumatori, particolarmente attenti, come nutrizionisti e addetti al settore per esempio. 

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