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Il principe del vino e le sue creature

on 19 maggio 2011. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Il personaggio

Ecco una carrellata con relativa descrizione dei vini emblema dell’attività di Giacomo Tachis.

Ceuso 2007
Colore cupo quasi inchiostro, senza perdere però la sua vivacità. Profumo di territorio al naso e della sua unicità. Poi arriva l’odore di chassis e in seconda battuta frutta rossa con una  mora d’agosto sui rovi  che si legano bene ai vegetali nobili dei vini bordolesi. Con sentori di macchia mediterranea, alloro e finissime spezie. Caldo e generoso in bocca,  nasconde bene i suoi quasi quindici gradi. Tannini fitti e palato come una passatoia di velluto. Il tutto  con un grande equilibrio  a bilanciare la sensazione pseudo-caloriche.
 
Milleunanotte 2006
Spezie nobili e profumi di giardini di Sicilia quelli che sembrano fatti più per il piacere del naso che non degli occhi. Spiccano l’origano e la nipitella. Poi arriva il tabacco dolce e legno di cedro. Caldo e generoso in bocca ma modulato su una bella acidità e una trama tannica fusa nel cioccolato bianco che finisce sulle spezie del Medioriente  e in sentori empireumatici che volgono al cioccolato olandese. E una sapidità finale tutta siciliana. Un vino che non delude mai.
 
Litra2000
Granato scuro come tanti cabernet sauvignon  dell’isola. Al naso  una incontenibile esaltazione delle componenti erbacee fini e macchia mediterranea. Richiama una plurima olfattazione per cogliere la profondità quasi animale e i sentori di terra profonda smossa e scura con tanto di radici che arriva alla liquirizia. In bocca pienamente coerente  quattro vin i che esprimono quanto siano profonde la cultura la sensibilità e le capacità tecniche del enologo corsaro come fu definito dai siciliani.

Pio Cesare Barolo 2004
Granato vivo e coinvolgente nella purezza olfattiva. Naso tra i più classici con leggera laccatura che prelude ad una florealità tipica del Nebbiolo. In bocca emerge subito l’immancabile ciliegia sotto spirito, e la truculenta voce minerale  del Nebbiolo fatta di cenere e gudron . Un fiato alcolico che lo incorona di classicità seppur con qualche piccola  impuntatura dovuta ai lieviti ma che ne annuncia una lunga e  gloriosa vita. Caldoe virilmente sapido è sostenuto dalla  cremosità del tannino e dalla freschezza. Matura parte in barrique e parte in tonneaux.
 
Duca Enrico 1997.Un’icona dell’enologia siciliana. Nasce nel 1982 dal quel visionario piemontese di Franco Giacosa. Ma l’impronta di Giacomo Tachis nella storia di questo vino è decisiva. Ed eccolo al naso come lascia godere il principio del terroir: profumi di cucina siciliana, di concentrato di pomodoro e pomodorini secchi ma anche il profumo del lento lavorare del tempo che plasma il vino e accentua i contorni ed  esalta il dattero e le erbe aromatiche. E lo fa con la superficiale e rassicurante dolcezza del nero d’Avola che arriva dal fonde della terra. Frutto della una scelta di affidarsi a chi la sa lunga e qui sono in tre: il vitigno, Giacosa e Tachis. In bocca poi si coglie tutto il suo spirito nobile e decadente, nel senso crepuscolare. Sembra amabile ma è secco con una sua lasciva flessuosità. Più largo che lungo è sostenuto da una freschezza neanche tanto attesa. Peccato che quello che dice non lo racconti in dialetto siciliano.

Pollenza 2004
Al naso una pistolettata di profumi in questo vino dal taglio bordolese (Cabernet Sauvignon Cabernet franc e Merlot)  del conte Brachetti Peretti. Che sfoggia un’aristocratica miscela di amarene e frutta scura di sottobosco con leggerissima pennellata di muschio e di menta. A tutto vantaggio di una duttilità e mobilità al ventaglio aromatico, Con un  humus di foglie secche in seconda battuta e lievi note ferrose e minerali. Bocca molto piena con una  con una sapidità di base perfettamente modulata e bilanciata dall’alcol dentro un ambito di una concentrazione tannica che veicola un gusto senza ostruire quella la via della gradevolezza  che rende questo vino piacevole sin da adesso ma che sicuramente nel tempo molto crescerà.

Tignanello 2006
Bel colore  brillante e tendente  al granato. Ma il suo mondo si apre subito al naso con sensazioni balsamiche quasi mentolate e  una speziatura dolce con vene di sottobosco. ? l’eleganza  però a primeggiare in questo blend tra sangiovese e cabernet fiore all’occhiello degli Antinori. Soprattutto in bocca. Nessuna prevaricazione ognuno al suo posto a guadagnarci è solo l’armonioso equilibrio. Lunghezza e sapidità  e una mineralità che inonda il palato e solo nel finale la percezione del  nobile tannino sottomesso alle note minerali. Uno dei pochi vini che  hanno fatto grande la Toscana.

Barrua 2003
Tachis si è sempre innamorato della isole col sole. La Sardegna dunque è nel suo cuore. E questo Barrua 2003 è un atto d’amore. Un Carignano quasi in purezza con appena un 10% di Cabernet e un 5% di Merlot. Era qui a rappresentare le sue interazioni virtuose e il modo come riesce a far dialogare un vitigno autoctono con altri internazionali. Un vino figlio del sole della terra e del mare, nel senso lato della parole perché le radici di una parte dei vitigni si nutrono del mare sardo. Un rosso granato con un naso pieno di cardamomo, di rabarbaro e china e macchia sarda col mirto e il ginepro. Profondo vena di arancia candita. Pulito netto e immediato in bocca con tannini eleganti di grande presa e masticabilità con  note marginali di prugna e frutta rossa.

Pelago 2000
Dal mare di Sardegna al mare Adriatico nei pressi di Osimo, azienda Umani Ronchi. Montepulciano (40%) con un apporto maggioritario di  Cabernet e Merlot 60%. La risposta marchigiana ai supertuscan tachigiani. Con le giuste gratificazioni: ha sbaragliato 6526 concorrenti al Challenge Wine International di Londra. Un scheda tecnica in parte già formulata. Due anni di affinamento tra barrique francesi e californiane. Colore granato e naso impostato sulle sensazioni di catrame e grafite e che accoglie con una certa severità, chiodi di garofano e tabacco. Con in bocca un gioco della parti  virato  tra la morbidezza e la stabilità. Che ne arrotonda i tannini e rende il lento austero e gradevole nello stesso tempo
 
Sassicaia 2007
Vino giovanissimo ai suoi primi passi questo 2007. Ma è il vino che ha consacratoTachis e ha spalancato le porte del Gotha dei vini internazionali all’Italia. Eccolo col suo colore granato classico dei cabernet mediterranei. Profumi avvolgenti con la forza del clima mediterraneo e la presenza immancabile dell’accenno pirazinico che c’è in ogni vino  a base di cabernet sauvignon. Ma anche  molta frutta rossa e immancabile la sua nota tipica di cuoio quello che lo fa riconoscere da tutti gli altri. Oltre alla componente gustativa la cui lunghezza euclidea e non temporale è talmente notevole che  arriva sino alla gola. Con tannini dolcissimi (la fissazione di Tachis, che spiega “è il frutto della luce riflessa dal mare”) che non è prerogativa della giovinezza. Una dolcezza prima, e massima, espressione della perfezione. Poi c’è tutto e niente di più. Anzi niente  di quello citato nelle altre schede. Perché il Sassicaia è unico e irripetibile. Come il suo autore che abbiamo celebrato.

Solaia 2004
Un’altra chicca degli Antinori. Il vino del rispetto. Nasce come Cabernet 100% poi Tachis lo si veste alla Toscana con l’aggiunta di un po’ di Sangiovese e acquisisce una più autentica nazionalità italiana. Annata positiva ma complicata. Colore più cupo rispetto al Sassicaia. Solite note piraziniche ma che vira spesso verso profumi speziati, una flato austero di fumé e accenni di liquirizia. In bocca un filo di tannino dolce e maturo a conclamare tutta la sua eleganza, Acidità più evidente ma meno sapida. Vino possente e al contempo delicato ancor più del Sassicaia. Di grande classe. Una grande Tuscan che esprime bene il concetto di “perfezione”.
 
Turriga 1997
“Vino di Sardegna”. Più che un vino dell’isola è un vino mediterraneo nel senso lato della parola. Tre vitigni, il cannonau, il carignano, il bovale sardo. Da cui nasce questo vino del vento. Profumi al naso di “uva matura”, altro pallino di Tachis. Spettro olfattivo in cui si mescolano spezie tamarindo e pesca gialla accanto a sentori animali ma con tutto il calore del Sassicaia. In bocca un guanto di velluto che accarezza la lingua. E dice tutto sui tannini. Straordinaria la profondità e la morbidezza. E mette chiarezza su un altro, fondamentale, “tachiano”, concetto. “Il sole, al vino, non ha mai fatto male”.

Stefano Guerrera

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