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Ago

Quanto il paesaggio influenza il giudizio su un vino

on 28 Agosto 2012. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Vini e territori

La descrizione di un  paesaggio è un  “Recit du Sol”, un racconto di terra, come recita il titolo di un quadro di Jean Dubuffet del 1959.

E i paesaggi, “sono geografie simboliche”. Lo  affermava convintamente anche  Daniello Bartoli, un gesuita scrittore del ‘600, che la geografia la usava come  “Critica” applicata  al paesaggio, come lettura morale di testi cifrati e di scritture geografiche” come ha fatto, fornendo un mirabile e lirico esempio, con i suoi versi ispirati dall’Etna. Sono solo alcune citazioni colte, come tante altre usate da  Diego Tomasi, un  ricercatore dell’Istituto sperimentale per l’agricoltura di Conegliano, per arricchire una incantevole relazione su “Vulcano e paesaggio” e svolta all’Azienda Barone di Villagrande, nell’ambito della seconda giornata  della 32esima edizione della “ViniMilo” in programma sino all’11 settembre sul piccolo comune alle pendici dell’Etna. Ottimizzandola poi, con un valore aggiunto: fondendo assieme, due anime, anzi declinando il territorio con il suo prodotto più tipico e misterioso, e anche  più ingente di significati culturali, valoriali e simbolici: il vino.

Partendo dalla sua personale consapevolezza cartesiana, che sta nel “Bevo, dunque sono”, ha voluto  estendere il suo postulato tentando di capire quanto un paesaggio possa influire o influenzare il giudizio positivo che si attribuisce ad un vino. Il concetto di questo connubio lo ha ben sintetizzato anche Claude Lévi Strauss, filosofo e antropologo, che amava dire: “A  buon pensare, buon mangiare” e questo chiarisce e fa emergere la quota di preferenza che viene assegnata ad un vino quando la sua origine è riconducile ad un bel paesaggio.


Filari in Slovenia

Diego Tomasi per dire queste e altre tantissime cose si è fatto supportare da un’ottantina di slide, con paesaggi le cui definizioni si collocano  in quella cosmica semplicità di terreni, pendii e vigneti che caratterizzano, differenziandoli, i terroir. Ma non si può parlare di paesaggio se non si chiarisce in via definitiva cosa sia un terroir. Il terroir  è un concetto che si è sviluppato negli ultimi dieci anni, è intraducibile in italiano, non è comunque un territorio, né una terra, ma è “un area nella quale – sostiene Tomasi - la conoscenza collettiva dell’interazione fra i caratteri fisici, climatici, del suolo, biologici dell’ambiente, compresi i vitigni e le sue varietà, permette la sua evoluzione verso pratiche colturali. E queste interazioni creano caratteristiche distintive ai prodotti che hanno origini in quest’area”.


Paesaggio della Mosella

Quindi – aggiunge Tomasi fornendo un esempio – “i vini dell’Etna sono completamente diversi dai vini di altre zone perché crescono in un ambiente pedoclimaticamente distinto,  che poi viene valorizzato dalla tradizione, dalla cultura dei vitigni locali. E  poi anche da un  paesaggio, che non per nulla è prossimo ad essere riconosciuto Patrimonio dell’Umanità. Qui terroir comprende  una specie si suolo, di topografia, di clima, di paesaggio che rientrano nell’ambito di una distinta unicità. Ma l’Etna è stato solo il primo di una lunghissima teoria che comprendevano terroir  della Germania, del Tokai con le sue caratteristiche cave nascoste che sono più interessanti dei vigneti, i paesaggi del Sudafrica e quelli americani, per passare alla Francia, Borgogna, Bordeaux e Champagne, non ignorando però l’Italia stagliata dalla Val d’Aosta sino a Pantelleria passando per il Soave, la Valpolicella, il Chianti e Montalcino per scendere nell’area calabrese del Gaglioppo sino alle mille isole “siciliane” del Bufalino.


Scorcio di Château Margaux a Bordeaux


Vigne del Chianti


Etna

“Ma arriviamo al dunque, chiedendoci come si fa a giungere alla conclusine che la bellezza del paesaggio influenza il giudizio sulla qualità del vino? Capendo innanzitutto che colore aroma olfatto,  percezioni degustative, forse non hanno più quel  carattere chimico-fisico determinante come si pensava (solo un 15/20% dei degustatori sa ripetere correttamente gli stessi giudizi su di un stesso vino) e che la degustazione apparterrà sempre più al dominio della metafisica. Dove la componente del terroir avrà un ruolo importante se non proprio determinante assieme alla regione di produzione, il clima e il suolo, la sua tradizione, all’ enologo e la sua fama, i piatti sul vino il paesaggio”. Tutte queste – per Tomasi-  non sono informazioni che si possono definire chimico-fisiche;  il termine corretto, sarebbe metafisica, “e vedrete che con i prossimi anni lo sentirete più spesso, perché vuol dire al di là della fisica, del colore del vino, dell’acidità, dell’aroma dell’equilibrio”.


Paesaggio della Champagne

Dunque quando si parla di vino e anche se buono, se non è legato al terroir questo vino può soffrire nel giudizio per mancanza di informazione, perché perde la sua tipicità, perde il suo appeal. Conclusioni: “Un vino anonimo senza associazioni – afferma Tomasi – ha sempre maggior difficoltà ad essere totalmente compreso rispetto ad un vino, pur di pari qualità, del quale si conoscono l’origine e gli elementi che costruiscono, il loro insieme. Dunque al consumatore occorre dare sempre più informazioni soprattutto sul paesaggio, sul terroir sulla sua  storia e sul carattere umano del suo produttore”. Se non lo si fa il consumatore se lo va a cercare autonomamente. Si tratta di  un nuovo atteggiamento, anzi  un’impennata di maturità che porta a saper scegliere i vini sempre meno buoni ma sempre più tipici. Che parlano di storia e di terroir.

Stefano Gurrera

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