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10
Mar

on 10 Marzo 2011. Pubblicato in Numeri Marzo 2011 - Numero 208 del 10/03/2011

L’INTERVISTA

Per lui sarà l’ultimo “Sicilia en primeur” nelle vesti di presidente di Assovini. “In questi otto anni il livello qualitativo medio si è alzato molto. Il segreto? Il confronto”

Diego Planeta:
"La nostra svolta di eccellenza"

Sarà il suo ultimo “Sicilia en primeur” nelle vesti di presidente di Assovini Sicilia. Ma ci sarà in futuro come produttore e presidente della più importante cantina sociale del Sud Italia, la Settesoli. A giugno infatti scade il suo mandato e Diego Planeta è pronto a cedere il testimone. «Largo ai giovani. Nomi? Troppo presto per farli ma le risorse umane ci sono». Con Planeta è però l’occasione per parlare di “Sicilia enprimeur - edizione 2011” e tracciare un bilancio sul vino dell’Isola.

Quella di quest’anno è l’ottava edizione. Com’è cambiato il vino siciliano in questi otto anni?
«È cambiato moltissimo. Otto anni fa c'erano le certezze delle solite cantine che hanno fatto sempre qualità e c’erano aziende così così. Oggi il livello qualitativo medio si è alzato molto e non mancano le punte di eccellenza. Azzardo una previsione: tra i 350 vini che saranno protagonisti di “Sicilia en primeur” sarà difficile trovarne uno non buono».

Come è stato possibile?
«L'emulazione. La spinta al miglioramento nasce sempre dal confronto».

La manifestazione ha un obiettivo ben preciso: far conoscere la Sicilia del vino ai giornalisti di mezzo mondo. Come sono cambiati in questi otto anni invece i giornalisti partecipanti?
«Prima c’era solo la stampa specializzata, oggi molti giornalisti della stampa “generalista” chiedono di partecipare. Il vino è uno straordinario ambasciatore».

Il ruolo del territorio ovviamente è fondamentale...
«Ovvio. Il giornalista specializzato lancia il messaggio al trade, quello generalista lancia il messaggio dell¹uomo e del territorio al grande pubblico. Ed è fondamentale. Perché è il territorio che porta il consumatore a scegliere».

Peccato che noi siciliani talvolta non abbiamo difeso i nostri paesaggi.
«Sì è vero. Ma accanto ai vini di qualità, c’è territorio di qualità. Devo dire che i giornalisti rimangono stupiti dalla diversità delle tante zone, dalle persone e dal fascino che emanano le pietre. Vivono in cantina e nella quotidianità di chi fa il vino e si capisce meglio chi c'è dietro. È positivo che molte cantine abbiano aggiunto l'ospitalità nelle proprie aziende. Da un lato una scelta obbligata perché in Sicilia non ci sono nei piccoli paesi strutture ricettive di qualità, aspetto d'obbligo nel mondo del vino. Dall’altro la crescita degli enoturisti».

La Sicilia del vino quale immagine riesce a trasmettere in Italia e all’estero?
«Il vino è il messaggio della Sicilia nel mondo. Credo che la rivoluzione enologica degli anni '90 abbia contribuito enormemente alla conoscenza di questa Isola. La nostra era una regione vissuta male, mentre ora si viene qui a ricercare la serenità e il piacere. Pensate a tutte quelle persone, inglesi, lombardi, veneti, scandinavi, che sono venute a comprare una casa o un pezzo di campagna a Noto, a Ragusa. Una moltitudine silenziosa che solo noi che stiamo in campagna avvertiamo. Prima degli anni ‘90 tutto questo era impensabile. E direi altro...».

Cosa?
«Sarebbe interessante fare un'indagine catastale. Dieci anni fa un rudere con un po’ di terra attorno dalla parti di Menfi si vendeva 30 milioni di lire, ora anche centinaia di migliaia di euro».

Perché un appassionato di vino a Francoforte come a Seattle dovrebbe bere siciliano? L’offerta nel mondo è ampia...
«Intanto distinguiamo i consumatori in due categorie: chi compra il vino in quanto ha bisogno di ubriacarsi e ingerire una quantità di alcol. E poi l'altro “tipo”, quello che nel vino cerca emozioni, serenità, strumento di convivialità. Questo signore quando compra e beve vuole anche avere un ricordo di un posto che lo faccia sognare. E la Sicilia ha questo appeal. In una ricerca che abbiamo svolto in Inghilterra abbiamo scoperto che il 90 per cento sapeva che la Sicilia esisteva, la collocava al centro del Mediterraneo, aveva una sensazione di una regione naturale, “rustica”, pulita, piena di storia, paesaggi, sole. È ovvio che il vino evochi, in una fredda giornata inglese, sole, natura incontaminata... Quali altre parti del mondo del vino possono stare al passo? Borgogna, Bordeaux, Toscana, Piemonte... Ecco perché penso sempre che una Doc Sicilia possa consentirci di sfruttare questo vantaggio geografico e di immagine. Per molti anni la Sicilia è stato uno stereotipo negativo, oggi non più. E allora difendiamolo».

Ragusa è la nostra food valley. Non credi che l’abbinamento cibo-vino per la promozione del nostro territorio debba essere più sfruttato?
«Tutto si richiama a vicenda. Questa volta infatti all’interno di Sicilia en primeur abbiamo anche degustazioni di formaggio. D’altra parte siamo nella capitale siciliana del formaggio».

E un giudizio sull’annata 2010?
«L'annata è buona, buonissima. Ma è inutile che lo dica io».

Fabrizio Carrera


 

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