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. Pubblicato in Articoli sul Marsala

Franco Maria Ricci, presidente dell'Ais di Roma e direttore di Bibenda parla di "errori ed orrori" che hanno portato il vino simbolo d'Italia a scomparire dai ristoranti e dalla mente dei consumatori. "Le cause? Colpa dei produttori"

"Il Marsala
ignorato da tutti"

“Su 25 mila schede di preferenze che abbiamo ricevuto dai wine lovers di tutta Italia nessuna indicava il Marsala” e non è la prima volta. Franco Maria Ricci denuncia così le difficoltà della più antica Doc siciliana. E' un'assenza che pesa ma che riflette lo stato d'animo dei consumatori.

Secondo lei in che stato si trova il Marsala?
“Di totale confusione. E questo perché all'interno della Doc i produttori hanno fatto e fanno quello che vogliono. Seguono i loro interessi e basta. Ognuno pensa a sé stesso. Non fanno squadra. Non ne hanno voglia. Ed è strano, perché la Sicilia invece, a livello nazionale e internazionale, sta dando esempio e si sta promuovendo come l'unica vera squadra del vino italiano”.

Che ne facciamo della Doc?
“Dal mio punto di vista è ininfluente per il Marsala. Non ha senso, anche perché dobbiamo smettere di considerare la Doc come garanzia di qualità, parlo in generale. Per me la Doc è un bluff appunto. E a maggior ragione per il Marsala sono totalmente d'accordo con le accuse lanciate da Scienza. È uno strumento in mano al legislatore per far credere al consumatore che è un marchio di qualità. E poi nel caso di questo vino, sappiamo da dove proviene, il luogo di produzione è identificabile da tutti, quindi potrebbe tranquillamente non avere la Doc. E poi non ha senso la Doc con tutti i Marsala che ci stanno dentro. Per me è una Doc che Doc non è. Il vero Marsala, parlo del Vergine e Superiore, quello sì dovrebbe essere Doc. Poi i produttori possono fare tutto quello che vogliono con le varianti del Marsala o i blend, basta che si dichiara che non sono Marsala Doc. Bisogna avere rispetto del consumatore”.

Il Marsala piace?
“Se pensiamo al popolo non bevitore sì. Pensa di bere Marsala, ma non è quello il vero vino. Se parliamo del popolo di appassionati bevitori allora dico che non lo beve più, se non una piccolissima nicchia, non c'è più gradimento. Pensi che nessuna delle 25 mila schede di preferenza che abbiamo raccolto per assegnare le nomination al Premio Internazionale del vino nessuna, dico nessuna, indicava il Marsala. Questa per me è una cartina di tornasole che dice qualcosa di grave, una sola: che il Marsala non interessa più”.

Perché?
“Che motivo c'è di capirlo oggi? Se non vengono portate avanti e comunicate le tradizioni di questo vino. Così come è concepito il Marsala è destinato a scomparire. È vero che il Vergine è difficile da capire adesso che stiamo vivendo nell'epoca dei passiti. Non è facile per noi raccontarlo ai giovani, come invece può esserlo con un Moscato del Trentino o una Malvasia. Ai nostri eventi partecipano più del 30 per cento di giovani. Ma poi non esiste la formazione del vino. In Francia i ragazzi studiano il vino per due anni. Da noi solo 5 ore in cinque anni. Come possiamo trovare spazio anche per il Marsala”.

E' un vino vecchio che ha fatto il suo tempo?
“No, non dico che sente il peso dei suoi anni. Ci sono vini altrettanto centenari che piacciono molto. Il dramma sta nella produzione. Non c'è regolamentazione ovvero avverto una confusione voluta da parte dei produttori stessi. E poi a concorrere in questo massacro sono stati anche i ristoratori, anzi la maleducazione di certa ristorazione”.

Che intende?
“Che hanno declassato questo prodotto. Offrendo le tipologie basi a fine pasto. “Ti do un marsalino” dicevano, e davano questo vino dolciastro, che piaceva alla gente come poteva piacere un rosolio. Massacro consentito da molti produttori. Pur di vendere le bottiglie quasi le regalavano al ristoratore, portandolo così a svenderlo agli occhi del consumatore e a non fare conoscere il vero Marsala. E poi da anni è scomparso dalla carta dei vini”.

E il futuro?
“Non vedo un futuro prossimo. Bisognerebbe tornare in vigna, come dice il professore Scienza, però non solo quello. Perché il Marsala è fatto anche in cantina. Non vedo neanche un mercato chiaro e lecito per questo vino. Non lo vedo se non c'è la buona volontà per chiarire al Paese e al cliente che cosa è il Marsala. Se non si fa così non ne usciremo mai. Bisognerebbe far smettere ai produttori di milioni di bottiglie di dedicarsi a certe tipologie di Marsala, quelle che piacciono e che danneggiano. Dobbiamo metterci insieme, tutti quanti insieme, produttori, sommelier, giornalisti e comunicatori, e capire cosa è il Marsala. Spiegarlo, avere il coraggio di vedere dove stanno gli errori e soprattutto gli orrori. Lo dobbiamo fare subito, magari iniziando da una tavola rotonda”.

Manuela Laiacona

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