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Mag

on 18 maggio 2010. Pubblicato in Articoli sul Marsala

E’ l’auspicio di Nicola Picone, titolare dell’omonima enoteca, punto di riferimento in Sicilia: “Vendo il vino siciliano quanto il Porto. Ma il Marsala gioca in casa…Il Fine? Lo consigliamo per cucinare”

“Una rivoluzione
per il Marsala”

“Se dieci anni fa di Marsala Vergine ne vendevamo 100 bottiglie l’anno, oggi ne vendiamo 500. E’ cresciuto ma solo quello di qualità. Lo richiedono solo pochi appassionati, principalmente del Nord Italia”. La  testimonianza arriva dall’Enoteca Picone, punto di riferimento a Palermo e in Sicilia per consumatori e produttori di vino. Ma anche Nicola Picone, titolare dell’enoteca non risparmia critiche alla Doc siciliana più prestigiosa e manifesta timori per il futuro. Ecco l’intervista.

Nella sua enoteca si vende il Marsala?
“Vergine e  Superiore. Sì, un mercato c’è, piccolo e di nicchia. Essendo una enoteca di riferimento il consumatore attento viene canalizzato da noi. Ma sappiamo che in altre enoteche la maggior parte del fatturato sul Marsala viene dato dal Fine”.

Come mai acquistano il Marsala Vergine? Li indirizza lei?
“No, io posso al limite consigliare sul tipo di riserva.  Il cliente che acquista il Marsala Vergine ha già l’idea di acquistarlo. Lo chiede perché ne è stato incuriosito, perché lo ha assaggiato o gli è stato consigliato, perché ne avrà letto da qualche parte. Quando entra il cliente non sensibilizzato il nostro ruolo è limitato, anche se volessimo non possiamo neanche consigliarlo. Perché nell’immaginario si associa il Marsala ad un vino da fine pasto e ci si aspetta un vino dolce. Questo a causa della comunicazione sbagliata che si è fatta. Quindi c’è già un’idea di Marsala precostituita che è lontana dal vero Marsala, più vicina ad un passito”.

Ma quanto ne vendete?
“Se dieci anni fa ne vendevamo 100 bottiglie l’anno, adesso ne vendiamo 500 tra vergine e superiore. In proporzione tre quarti di Vergine e un quarto di Superiore. Diciamo che è aumentato il mercato del Marsala Vergine. Ma questo perché dieci anni fa era ancora in atto il massacro del Marsala. Talmente forte che ne risentiamo oggi. E poi non esisteva ancora il consumatore sensibilizzato, quello più attento alla qualità del vino. Certo teniamo anche il Marsala Fine, e lo vendiamo nello stesso quantitativo delle tipologie superiori, e continuiamo a venderlo come vino per cucinare. Il consumo di Marsala Fine è rimasto costante negli anni. In altri punti vendita sicuramente è il più venduto. Certo con il Marsala non ci facciamo il fatturato. Lo teniamo perché è un vino importantissimo dal punto di vista prima di tutto qualitativo, storico ma anche per completare l’offerta. Purtroppo sullo scaffale giace. Con la febbre alta. Volendo usare un termine per indicarne lo stato di salute”.

Secondo lei sente il peso dei suoi anni?
“Li sente in senso negativo. Ci sono altri vini altrettanto centenari che hanno tratto profitto dall’età come immagine e qualità.  Penso agli Cherry spagnoli, al Porto. Vini storici che negli anni hanno avuto un mercato in crescita di valore, perché non si è rovinata l’immagine di questi vini, ma si è fatto tesoro della storia che rappresentavano.  Invece con il Marsala si è fatto il  contrario, e si sta pagando a caro prezzo il peso degli anni gestiti con una immagine sbagliata. Vendo lo stesso numero di bottiglie di Porto all’anno del Marsala, però quest’ultimo gioca in casa, dovrebbe essere quindi  più facile smaltirlo. Invece i siciliani non lo conoscono e magari preferiscono acquistare appunto il Porto. Chi mi compra il Marsala Vergine o Superiore è soprattutto l’appassionato del Nord”.

Ma il fatto che sia una Doc non orienta la scelta d’acquisto?
“Per niente. La gente non sa cosa significhi Doc. Non guarda nemmeno in etichetta. Non serve a niente. Si deve fare semmai qualcosa di drastico, categoricamente comunicare  che di Marsala c’è solo quel tipo e così puntare solo sulla fascia alta delle tipologie. Il  messaggio deve arrivare semplice e diretto al cliente se si vuole raggiungere un risultato. Pensi quanto ancora sia forte l’immagine del Marsala all’uovo, me lo vengono a chiedere. E poco importa che si sia cambiato il nome in Cremovo. La gente continua a chiamarlo Marsala all’uovo.  E questo è grave”.

E’ d’accordo con Scienza oppure il Marsala lo si può curare?
“Sono d’accordo con la provocazione di Scienza che sia un bluff.  E poi il disciplinare non aiuta il vino.  Però io lo vedo un futuro ma solo con una rivoluzione. Una rivoluzione che però deve essere portata avanti da chi fa grandi volumi con il Marsala. L’unica cura è fare la giusta diagnosi, debellare ciò che fa stare in agonia questo vino. Ci vuole una risoluzione drastica e non parziali modifiche”.

Che si dovrebbe fare?
“Intanto intraprendere una serie di azioni su più fronti che coinvolgano tutti gli anelli del mercato, dal produttore al consumatore passando per noi venditori. Non serve più fare pubblicità fine a sé stessa. Sono soldi sprecati. Invece ricominciare a comunicare questo vino dandogli il giusto posizionamento in termini di qualità. Intanto farlo partecipare a quanti più concorsi possibile. Il punteggio è un buon strumento di comunicazione. Anche i ristoranti devono cominciare a valorizzarlo e a proporlo nel modo giusto. Purtroppo però dovremo aspettare almeno un decennio per vedere se qualsiasi azione intrapresa per salvarlo dia i risultati previsti”.

Manuela Laiacona

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