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28
Nov

Il 2016 ormai volge al termine. Ma per il vino italiano si prospettano passaggi delicati

on 28 November 2016. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'intervento

di Daniele Cernilli, Doctor Wine

Sta finendo questo 2016 bisestile e complicato, e non solo per un referendum dirompente che sta spaccando gli italiani come non si vedeva da anni, con toni da troll della rete, più che da politici di spessore. Che forse lascerà ferite senza risolvere un granché, visto che i grandi temi dell’economia sono discussi e diretti altrove.

Nel nostro magico mondo del vino italiano qualcosa comincia a non andare più come ci si sarebbe aspettato e come qualche discorso trionfalistico, pieno di “eccellenze”, fatto da qualche politico di passaggio nel settore dell’agricoltura lasciava intendere. La Brexit fa segnare un meno 9% nelle esportazioni di vino verso il Regno Unito, gli Usa tengono ma non crescono, la Germania flette e l’Estremo Oriente fa ancora numeri piccoli. In compenso il consumo interno continua a diminuire e la produzione della vendemmia 2016, invece, ha sforato quota 50 milioni di ettolitri, il dato più corposo da alcuni anni a questa parte. Ricominceremo a produrre eccedenze? Sembrerebbe proprio di sì. Il Prosecco, Docg e Doc, cioè il vino che ha più successo di mercato e di export, viene massacrato dalla Gabanelli in Tv (che sia astemia?), molte le reazioni indignate, almeno nelle dichiarazioni, ma nessuno che smentisca con i fatti o che si difenda in modo efficace. E di vino in modo, se non positivo, almeno didattico o informativo, sui “media” che contano non c’è traccia.

Contemporaneamente, e forse anche a causa della non popolarità che il vino di qualità sta attraversando da noi, alcuni chef famosi, con la collaborazione attiva dei loro sommelier, iniziano a non considerarlo più come il naturale e logico abbinamento per i loro piatti. Aveva iniziato anni fa Gualtiero Marchesi, che riteneva fosse l’acqua il migliore accompagnamento alle sue ricette, continuano oggi in molti, a colpi di cocktails, centrifugati di verdure, birre artigianali e altre amenità. Dimenticando, oltre a usi e costumi, come si studiava a scuola una volta, anche il fatto che molti di loro devono la sopravvivenza delle loro attività proprio a una schiera di produttori di vino, che li hanno sovvenzionati con forniture gratuite, che da loro hanno organizzato e organizzano pranzi e cene di lavoro e promozionali, che li chiamano a cucinare nelle aziende e via dicendo. Quando si dice gratitudine… Tutti segnali per i quali non essere troppo ottimisti, insomma, e tutti motivi che mi portano a definirmi scettico su quanto la nostra politica utilitaristica ed elettoralistica sta proponendo anche in tema di vino. È vero, di “eccellenze” ce ne sono moltissime, quasi tutte nei vuoti e inconcludenti discorsi che si sentono ovunque. E intanto le nuvole si avvicinano.

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