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Nov

Siamo stati al Critical Wine a Genova Cronaca (semiseria) di vini e personaggi

on 13 November 2017. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - La manifestazione

Nulla di fighetto e patinato: tredicesima edizione per la manifestazione che vuole valorizzare le piccole produzioni. Come amava fare il compianto Luigi Veronelli


(Il Collettivo Terra e Libertà)

Immaginatevi un’enofiera fighetta e patinata; etichette e produttori famosi; grandi numeri e grandi interventi in vigna ed in cantina; vini degustabili, magari ordinabili, ma non comprabili e prezzi da capogiro; cravatte e tastevin; uno spazio fieristico candido e illuminatissimo, un sottofondo di chiacchiere educate e bicchieri roteanti che tintinnano. Ecco, ora cancellate tutto. Benvenuti al Critical Wine.

Giunta alla sua tredicesima edizione genovese, la manifestazione prende le mosse dalle battaglie del compianto Luigi Veronelli per la difesa delle piccolissime produzioni vinicole rispettose del lavoro contadino e della terra grazie al loro incontro diretto con i potenziali fruitori. E se fu proprio l’anarchico Veronelli a portare per primo i vignaioli nei centri sociali, non è un caso che il Critical Wine sia oggi organizzato negli spazi del Laboratorio Sociale Occupato e Autogestito Buriddadi Genova. Se questa circostanza potrebbe forse renderlo - per alcuni, che possono magari immaginarsi un brulicare di cani sciolti e vini del contadino (nel senso meno nobile del termine) - meno invitante di altre manifestazioni più blasonate (tuttavia, va detto, i locali sono quelli del meraviglioso edificio razionalista Magistero, opera di Camillo Nardi Greco e Lorenzo Castello), il “Critical” è, al contrario, un evento che va ben oltre le apparenze, facendo proprio della trasversalità e del contrasto, tra giovani (tantissimi) e meno giovani (pochi), esperti e meno esperti, Che Guevara e barriques, murales colorati e note di degustazione, i suoi veri punti di forza. 

Come ci racconta Giancarlo Tegaldi del Collettivo Terra e Libertà, promotore dell’iniziativa, i numeri record di questa tredicesima edizione - oltre 3.000 presenze in due giorni - “sono il frutto di una corretta semina, concretizzatasi nella selezione accuratissima dei produttori presenti, di cui abbiamo valutato non solo metodi di produzione in vigna e cantina - scartando chi propone interventi chimici massicci o, comunque, non rispettosi della terra - ma anche adesione a valori etici nell’impiego dei lavoratori”. Concerti, dibattiti e documentari, ma, soprattutto, un banco di assaggio con una cinquantina di cantine dalle quali è possibile acquistare i vini direttamente al "prezzo sorgente”, stabilito cioè all’origine, dal produttore, per evidenziare gli eventuali ricarichi nei passaggi sino al consumatore.

Noi di Cronache di Gusto, rispolverato l’eskimo (!), ci siamo tuffati con pochi pregiudizi e grande curiosità e in questa due giorni dedicata ai “poeti della terra”, selezionando - anche grazie al confronto con gli amici Fiorenzo Sartore e Pietro Stara di Intravino, che ringraziamo - alcuni vini e vignaioli (quattro più uno, poi capirete perché) che ci hanno sorpreso e che siamo felici di raccontarvi. 

Colline Saluzzesi Doc Pelaverga 2016, “Divicaroli”, Cascina Melognis, Revello (CN)


(Vanina Carta e Michele Fino)

Vitigno quattrocentesco, il Pelaverga, che non vanta alcuna parentela col cugino di Verduno, come tiene a puntualizzare Michele Fino, docente all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e produttore, con la moglie Vanina, del Divicaroli, un rosso leggero e fresco che presenta intense note fruttate (in cui prevale la ciliegia), floreali (geranio soprattutto, ma anche viola e rosa) e speziate. Un vino croccante e armonico, bilanciato e tecnicamente perfetto, aspetto ancora più sorprendente se si pensa che è ottenuto da fermentazione spontanea e con lieviti indigeni. Accademico. 

Amarone della Valpolicella Docg 2012, Aldrighetti, Marano di Valpolicella (VR)
Cantina a conduzione familiare che dal 1930 produce vini di nicchia di elevata qualità, nel massimo rispetto della natura e riducendo al minimo l’uso di prodotti fitosanitari: tra le poche rimaste in zona a diradare l’uva in eccesso per mantenerne alta la qualità, raccogliere esclusivamente a mano e porre in cassette di legno le uve Corvina, Corvinone e Rondinella. Da tanta cura nasce un Amarone complesso e poco ruffiano, che necessita di concentrazione per esprimersi: ampio al naso con profumi decisi di more e ciliegia, note speziate di cioccolato e vaniglia, sentori di liquirizia e cuoio, tannini soffici e buona persistenza. Un gran bel carattere.

Rossese di Dolceacqua Doc 2014, Azienda Agricola Rosmarinus, Perinaldo (IM)


(Francesca Blancardi)

Cosa accade se una piemontese barberista incontra un ligure distillatore di erbe aromatiche ad un corso di agricoltura biodinamica? Succede che si innamorano e nel 2005 decidono di impiantare una vigna di Rossese in un ettaro di terra calcarea invasa dai rovi a Dolceacqua. Il risultato è un vino biodinamico che, senza filtri e filtrazioni, interpreta alla perfezione le peculiarità del Rossese: fresco, leggero e beverino, ma elegante e molto ben bilanciato, con una lieve nota di spezie e frutti rossi e un’ottima persistenza. Elegante.

Valtènesi Chiaretto Doc 2016, “La Moglie Ubriaca”, Società Agricola La Basia, Puegnago del Garda (BS)


(Giacomo ed Emilio Tincani)

Un’azienda familiare condotta da cinque fratelli under 40, i Tincani(’s) e un approccio che valorizza le peculiarità di ogni singola annata, minimizzando gli interventi in cantina senza eliminarli del tutto (“una spontaneità guidata”, come ci racconta il giovane Emilio). In un territorio vocatissimo ai vini rosati, nasce il Chiaretto “La Moglie Ubriaca”, un blend - in proporzioni variabili a seconda delle annate - di uve rosse Groppello, Barbera, Sangiovese e Marzemino vinificate in rosa con brevissima macerazione delle bucce. Il risultato è un vino minerale, perfetto negli abbinamenti, con buona acidità e sottili note balsamiche e speziate in apertura che evolvono in sentori floreali e fruttati. Setoso.

Il “Bianco fuorilegge” delle Cinque Terre, 2016, Vernazza (SP)
Questo vino merita un racconto a sé, o un non racconto, perché si tratta di un “clandestino” e il suo produttore ci ha fatto promettere di non rivelarne l’identità (sì, al Critical Wine succede anche questo, e noi proteggiamo le fonti). Un “garage wine" ottenuto - come prescriverebbe (il condizionale è d’obbligo) il disciplinare del Cinque Terre Bianco - da uve Vermentino, Bosco e Albarola, in una cantina che ufficialmente non esiste (l’etichetta casalinga recita infatti “imbottigliato da M. per gli amici”). Mineralità potente, frutta bianca perfettamente sposata a note floreali accentuate, acidità bilanciata e ottima persistenza. Sorprendente, tanto più se si considera che è un neonato, alla sua prima annata, con un radioso futuro innanzi a sé.

Perché ve lo raccontiamo? Perché quando, e se mai, uscirà allo scoperto (cosa che auspichiamo), potremo dire con soddisfazione “noi ve l’avevamo detto”.

Fiammetta Parodi

 
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