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06
Nov

Beppe Rinaldi è il vignaiolo dell'anno per il Corriere della Sera

on 06 November 2015. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - Il personaggio


(Gianni Fabrizio e Beppe Rinaldi al Taormina Gourmet 2015)

Beppe Rinaldi e Barolo: quasi come dire la stessa cosa. Il produttore piemontese è stato eletto dal Corriere della Sera "Vignaiolo dell'anno". 

A Luciano Ferraro parla anche di Taormina Gourmet (leggete la sua degustazione QUI), della scelta di produrre Barolo fuori dagli schemi, dei prezzi che mantiene contenuti e delle figlie, Marta e Carlotta.

Ecco il testo dell'articolo pubblicato dalla rubrica DiVini del Corriere:

"Giuseppe Rinaldi è in cantina. Sono le otto di sera, sta lavorando tra le botti e preparando una trasferta in Sicilia. “Mi hanno incastrato a Taormina Gourmet, con tutto quello che ho da fare qui”, ride. “Ci vado con Walter Massa, quello del Timorasso”. Ha una citazione in testa e la declamerà tra gli applausi alla degustazione dei suoi vini in Sicilia: “L’umiltà e la misericordia sono al centro di tutto. Mazzini diceva ‘Arricchite voi stessi’, è davvero l’unico presupposto del miglioramento umano”. Rinaldi è il vignaiolo dell’anno per la guida del Corriere della Sera, “Vignaioli e vini d’Italia 2016″, in edicola in questi giorni. Un riconoscimento alla sua coerenza, alla forza di rimanere ancorato alla tradizione. Beppe è un turbine di battute, proverbi e frasi corrosive che alimentano l’aura di personaggio controcorrente del Barolo e il soprannome, “Citrico”. Per lui il miracolo economico a base di Nebbiolo è un po’ balordo, con le Langhe diventate un’immensa vigna, le cantine di architetti che lasciano beffardi segni, i vini più modaioli. “Non seguo le mode – spiega ad ogni occasione Rinaldi -, faccio il vino come lo facevano mio padre e mio nonno. Sono gli altri che hanno cambiato”.

Potrebbe arricchirsi, ma non alza i prezzi: “Ho quanto mi basta”, ripete. È convinto che Il vino e la terra siano “soggetti culturali da tutelare evitando violenze alle colline e alle vigne”. Sembra di sentire un altro spirito libero, Luciano Bianciardi, lo scrittore della “Vita agra”, disincantato nella Milano del miracolo economico, della polvere alzata per mascherare il vuoto: “I miracoli veri – scrisse – sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve”. Rinaldi affina il suo vino in botti grandi di rovere di Slavonia, dopo lunghe macerazioni sulle bucce in tini aperti. Il Barolo non è filtrato, ma resta limpido grazie a decantazioni e travasi.
“Citrico” è un veterinario con la passione per le moto e un capacità narrativa che ha fatto diventare uno degli uomini simbolo del Barolo classico. Produce due cru: Brunate-Le Coste e Cannubi-San Lorenzo-Ravera che i burocrati, vietando di dichiarare gli assemblaggi tradizionali, hanno costretto a chiamare Brunate e Tre Tine. Ma gli assemblaggi, per Rinaldi, sono la storia del Barolo e lui cerca “l’armonia e l’equilibrio tra tannini e acidità” mescolando i frutti di vigne diverse. Produce anche Barbera e Dolcetto d’Alba, Freisa e Nebbiolo delle Langhe, Ruchè.

La parte più suggestiva della cantina è quella carica di vendemmie, costruita nel 1915 assieme alla casa. Ci sono botti secolari e i tini acquistati da Josko Gravner quando decise di dedicarsi alle anfore. Vecchi attrezzi, bottiglie. Rinaldi è aiutato dalle figlie Marta e Carlotta. “Il Barolo per noi è tradizione e naturalità”, ha spiegato Carlotta a Milano alla premiazione di “Vignaioli e vini d’Italia” – un’interpretazione rispettosa della terra”. Un piccolo miracolo in bottiglia. Che sarebbe piaciuto anche a Bianciardi".

C.d.G.

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