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03
Ago

La Calabria del vino che vuole riscattarsi. Chirillo (Le Moire): "Qui una biodiversità unica"

on 03 Agosto 2017. Pubblicato in Archivio articoli dal 05/04/2011 - L'azienda

(Nelle vigne di Paolo Chirillo con i giornalisti del press tour in Calabria)

di Francesca Landolina

“Il vino è uno strumento sociale, che ci aiuta a divenire più umani, a riscoprire la nostra identità e le nostre radici”. Sono le parole di Paolo Chirillo, proprietario della cantina Le Moire, che abbiamo visitato durante un press tour in Calabria. 

L’azienda del medico, vissuto in Piemonte e tornato nella sua terra d’origine, ha appena dieci anni e punta alla valorizzazione dei vitigni autoctoni come il Gaglioppo, il Magliocco e il Pecorello. “Quando ho pensato di produrre vino non mi sono posto l’obiettivo di competere con i grandi, ma semplicemente quello di fare bene il mio lavoro, che mi appassiona sempre più. Tolto il camice è in queste vigne che mi ritrovo insieme a mia moglie e ai miei figli”, afferma il produttore. L’azienda a Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, si estende per circa 8 ettari per una produzione di 30 mila bottiglie. Solo quattro etichette: due rossi, un bianco e un rosato. E solo in biologico. La visione di Chirillo sulla sua mission è nitida. “Ciò che voglio è dare il mio contributo per offrire un’immagine meritocratica della Calabria del vino, una terra madre che ha versato il nettare degli dei ai vincitori dei giochi olimpici, ai guerrieri di Sibari e Crotone, alle mense dei papi. Ed oggi, un urlo di sole che chiede riscatto”. C’è tanta passione nelle sue parole, testimonianza della volontà dei produttori calabri illuminati, che stanno lavorando con cura costante per riappropriarsi di una identità offuscata negli anni passati.

“I nostri vitigni sono la testimonianza di una biodiversità unica al mondo. Sta a noi adesso il compito di valorizzarli”. Ci parla mentre visitiamo le sue vigne intorno ai 400 metri sul livello del mare, su terrazze che degradano sul fiume Savuto, circondate da boschi incantati. Il paesaggio è “vergine”, incontaminato; i filari, spalliere basse e sesti stretti con densità di impianto superiori a 8.000 piante ad ettaro, sono un colpo d’occhio. Il loro habitat è ideale per un buon vino, spiega: “Il vento che risale la valle dal vicino Tirreno salvaguarda la salute delle viti e minimizza l'uso degli agrofarmaci. Gli sbalzi termici, dati dal vicino corso fluviale, intensificano gli aromi delle cultivar autoctone, mentre l’esposizione a Sud – Ovest, prevalente al sole della sera, favorisce una maturazione lenta e tardiva delle uve che attenua le asprezze tipiche dei vini del sud”. La gestione delle piante è manuale, dalla potatura invernale alla raccolta. E questo permette di limitare la produzione a pochi grappoli, sani e belli.

Siamo attratti dalla semplicità con cui racconta la naturale passione, trasmessa dal nonno. E ne abbiamo conferma degustando uno dei suoi rossi, Annibale: un vino dal colore rosso rubino con riflessi purpurei, che ben rappresenta la strada intrapresa dal produttore e la sua filosofia aziendale. Si tratta di un blend di Magliocco dolce (80 %) e Sangiovese. In bocca domina la frutta matura, con note di more, frutti di bosco, sottobosco e sentori floreali. Un buon corpo al palato, con tannini maturi e persistenti. Un esempio di ritrovata eleganza del Sud. Oggi le sue bottiglie sono vendute per il 50 per cento all’estero, in Svizzera, Australia, Santo Domingo, Germania, Danimarca e Stati Uniti. 

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